Giovedì, 24 Giugno 2021
Il conflitto infinito / Israele

Perché gli Usa di Biden faranno poco o nulla di diverso rispetto al passato nel conflitto Israele-Gaza

I piani per una possibile invasione della Striscia verranno presentati oggi allo Stato Maggiore delle forze armate. L'amministrazione Usa farà qualcosa di diverso rispetto alle epoche di Trump e Obama? E' molto difficile, improbabile, irrealistico, anche se qualcosa si muove tra i Democratici. Lo scrittore israeliano David Grossman: ''Ho 67 anni e ho vissuto diverse situazioni estreme: ma questa è una delle peggiori"

Fumo e fiamme dopo un attacco aereo israeliano nella striscia settentrionale di Gaza il 12 maggio 2021Fonte: ANSA/EPA/HAITHAM IMAD

La tensione tra Israele e Hamas non accenna a scendere. Al suo terzo giorno il conflitto anzi si allarga, con lo Stato ebraico deciso ad andare avanti "fino a quando sarà necessario". E' realistico attendersi un qualche intervento significativo degli Stati Uniti, l'alleato più stretto di Israele?

I piani per una possibile invasione di terra della Striscia di Gaza

I piani per una possibile invasione di terra della Striscia di Gaza verranno presentati oggi allo Stato Maggiore delle forze armate israeliane (Idf). A prepararli sono la Divisione Gaza e il Comando Sud dell'Idf. I piani, riferisce il Times of Israel, verranno poi presentati al governo, al quale spetta la decisione finale. L'Idf negli ultimi giorni ha ammassato ulteriori truppe di terra al confine con la Striscia. Si tratta di militari della Brigata Paracadutisti, della Brigata di Fanteria Golani e della 7a Brigata Corazzata.

Nella notte il gabinetto di sicurezza presieduto dal premier Benjamin Netanyahu ha approvato l'estensione delle operazioni militari nella Striscia. In particolare, ha riferito Channel 12, l'esercito intende colpire i "simboli del potere di Hamas", in particolare le sue strutture finanziarie. Secondo quanto riferito dai media israeliani, il premier Netanyahu ha escluso al momento un cessate il fuoco. L'atmosfera che si respira in Israele è quella di un conflitto destinato a prolungarsi. Lo dimostra, tra l'altro, la decisione del Comando del Fronte Interno di chiudere per l'intera settimana le scuole del centro e del sud di Israele.

Secondo quanto riportato da molti account di cittadini sui social, militanti della destra israeliana stanno marciando nelle città di tutto il paese. A Bat Yam sono state distrutte proprietà arabe e a Lod sarebbero stati aggrediti fedeli all'uscita di una moschea.

Cosa significano per Biden gli ultimi scontri tra israeliani e palestinesi

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva sperato di evitare di rimanere invischiato nel conflitto. Non potrà invece esimersi dal prestare sempre maggiore attenzione a quello che sta succedendo. Quello iniziato come uno scontro su un insediamento ebraico a Gerusalemme est ha scatenato alcuni dei più feroci scontri tra israeliani e palestinesi da anni. I funzionari della sua amministrazione hanno parlato con i leader israeliani e palestinesi nelle ultime 24 ore, facendo pressioni per una rapida fine dei combattimenti. Invano.

La rivista di settore Foreign Policy ha parlato con Ilan Goldenberg, che ha servito come alto funzionario del Dipartimento di Stato nell'amministrazione Obama e ha preso parte ai negoziati tra israeliani e palestinesi guidati dall'allora Segretario di Stato John Kerry. Per Goldenberg l'amministrazione Biden era "davvero determinata a concentrarsi prima sull'Indo-Pacifico e sulla Cina, invece di essere risucchiata nel Medio Oriente. È per questo che ci sono inviati speciali per l'Iran e per lo Yemen ma non, ad esempio, per Israele-Palestina". 

Ma quali opzioni sul campo, dichiarazioni di facciate a parte, hanno gli Usa? "Prima di tutto, possono semplicemente riparare alcuni dei danni causati da Trump. Sarebbe davvero fantastico se avessimo un consolato e un console generale proprio ora a Gerusalemme, che potrebbe impegnarsi regolarmente con i palestinesi" dice l'ex alto funzionario del Dipartimento di Stato . Va infatti ricordato che l'amministrazione Trump ha chiuso il consolato. "Ma poi si tratta di cercare di convincere entrambe le parti a compiere passi nella giusta direzione, frenando l'attività degli insediamenti israeliani, forse cercando di forgiare una sorta di unità politica tra Fatah e Hamas. Voglio dire, un grosso pezzo di questo potrebbe anche essere un'infusione di fondi e un focus sull'assistenza umanitaria immediata a Gaza".

In passato nessun presidente degli Stati Uniti ha realmente posto pressione su Israele sulla questione degli insediamenti. Nel Partito Democratico statunitense del 2021 però c'è un crescente elemento progressista, che sta prendendo una linea più dura. Ci sono più ragioni per questo continuo leggero spostamento verso posizioni non certo anti-israeliane, ma quantomeno leggermente più critiche: lo scontro tra Netanyahu e Obama nel 2015 sull'accordo nucleare iraniano, seguito dall'intesa totale su tutto tra Netanyahu e Trump. "Entrambi questi elementi hanno creato molto più spazio per le critiche del primo ministro e, per estensione, di Israele" dice Goldenberg. Ma c'è sempre una vasta componente del partito filo-israeliana che sosterrà Israele a prescindere da tutto. Ed è maggioritaria a Washington.

Cosa potrà fare Biden di diverso rispetto non solo a Trump, ma anche a Obama? "Solo un mese fa, quando l'amministrazione Biden ha deciso di riavviare i finanziamenti per l'UNRWA, l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro che aiuta i rifugiati palestinesi ei loro discendenti, c'era davvero molta meno opposizione da parte dei Democratici - dice sempre Ilan Goldenberg a Foreign Policy -  Penso anche che abbiano passato gran parte dello scorso fine settimana a cercare di spingere gli israeliani alla moderazione. Ma la più grande priorità della politica estera dell'amministrazione in questo momento, o lo è stata fino a questi ultimi due giorni, non era il conflitto israelo-palestinese. Era l'Iran, che è un interesse di sicurezza nazionale molto più significativo per gli Stati Uniti".

Insomma, non sarebbe realistico attendersi un qualche intervento reale degli Usa per abbassare concretamente la tensione ed evitare una guerra vera e propria. Le dinamiche che determinano il processo decisionale americano in politica estera rispondono esclusivamente agli interessi statunitensi: il sostegno ideologico, valoriale e confessionale alla causa israeliana è nei fatti, ma è in grande parte una conseguenza e non la causa scatenante delle mosse geopolitiche di Washington.

Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha annunciato di avere avuto un colloquio con il presidente dell'Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e di avere chiesto la fine del lancio di razzi dalla Striscia di Gaza contro Israele. "Ho parlato con il presidente Abbas dell'attuale situazione a Gerusalemme, in Cisgiordania e Gaza. Ho espresso le mie condoglianze per la perdita di vite umane. Ho sottolineato la necessità di porre fine agli attacchi missilistici e di abbassare le tensioni", ha twittato il capo della diplomazia a stelle e strisce. "Israeliani e palestinesi meritano allo stesso modo libertà, dignità, sicurezza e prosperità", ha aggiunto. E' solo il primo contatto di alto livello tra l'amministrazione Biden e i palestinesi. Non avrà effetti immediati.

A Gaza decine di morti e centinaia di feriti

L'esercito israeliano ha lanciato attacchi contro circa 600 obiettivi militari appartenenti ai movimenti radicali Hamas e Jihad islamica nella Striscia di Gaza, secondo il portavoce delle forze di difesa israeliane  Jonathan Conricus, citato dalla stampa locale. Questa mattina, il ministero della Sanità della Striscia di Gaza ha detto che 69 persone sono state uccise negli attacchi israeliani e altre 388 sono rimaste ferite. Sono stati 130 i razzi lanciati dalla notte scorsa da Gaza verso Israele: di questi molti sono stati intercettati dal sistema di difesa Iron Dome.

Il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato la scorsa notte un piano per intensificare gli attacchi militari contro obiettivi di Hamas e della Jihad islamica nella Striscia di Gaza, dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha informato i suoi membri che Israele ha ufficialmente respinto una proposta di Hamas per un cessate il fuoco. "La campagna è ancora lontana dall'essere finita", ha detto un membro del gabinetto di sicurezza israeliano. "Qualunque cosa non sarà fatta adesso, la dovremo fare tra sei mesi o tra un anno da adesso". "Israele non si fermerà e non ha alcun interesse a fermarsi. Si sta muovendo nella giusta direzione. Agiremo fino a quando non ammetteranno che aprire il fuoco è stato un errore, proprio come ha fatto il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah dopo la seconda guerra in Libano nel 2006", ha insistito la fonte israeliana.

Perché questa è una delle crisi peggiori

''Ho 67 anni e ho vissuto diverse situazioni estreme: ma questa è una delle peggiori'' dice lo scrittore israeliano David Grossman a Repubblica sul conflitto in Medio Oriente che si riacceso negli scorsi giorni fra Israele e palestinesi. "Le operazioni militari a cui abbiamo assistito dal 2006 ad oggi - fa notare lo scrittore israeliano in un'intervista a Repubblica - sono tutte nate in fretta. È un accumularsi di minacce, rabbia, frustrazione: a un certo punto scoppia e ci troviamo improvvisamente nel mezzo di un'operazione militare. O di una vera guerra. La spiegazione è logica, ma non basta per smettere di chiedersi come sia possibile che dopo tutti questi anni siamo ancora prigionieri di questo circolo vizioso, senza che si intraveda una via d'uscita''.

"Abbiamo parlato per decenni con i palestinesi - dice ancora lo scrittore - e non siamo arrivati da nessuna parte. Chi per anni ha sostenuto il dialogo è stato delegittimato dall'assenza di risultati e oggi è visto come una sorta di traditore. Da entrambi i lati, crescono solo gli elementi più violenti ed estremisti. Si nutrono l'uno dell'altro: ogni volta che c'è un conflitto lo usano per legittimare le loro posizioni estremiste. Questa crisi finirà per esaurimento, come sempre. Uno dei due lati a un certo punto non ce la farà più e inizierà una mediazione: bisognerà solo vedere quante persone moriranno nel frattempo".

"La grave escalation in Israele e nei Territori palestinesi occupati, compreso il forte aumento della violenza dentro e intorno a Gaza - ha detto il capo della diplomazia Ue Josep Borrell - deve cessare. L'Europa - ha proseguito - è sgomenta per il gran numero di morti e feriti civili, compresi i bambini. La priorità deve essere proteggere i civili". Una voce molto debole quella di Bruxelles.

Secondo i dati dell'Unicef, almeno 14 bambini nello Stato di Palestina e un bambino in Israele sarebbero stati uccisi da lunedì. Altri 95 bambini a Gaza e in Cisgiordania - compresa Gerusalemme Est - e 3 bambini in Israele sono stati feriti negli ultimi cinque giorni.

La situazione tra Israele e Hamas sta peggiorando sempre di più

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