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Mercoledì, 28 Febbraio 2024
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È stato acceso il più grande reattore per la fusione nucleare

Si chiama JT-60SA e nasce da una collaborazione tra Giappone e Unione europea. Sperimenterà le tecnologie di confinamento del plasma su cui è basato ITER, il mega reattore a fusione che dovrebbe essere inaugurato nel 2025 in Francia

Ha richiesto 16 anni di lavoro, e più di 560 milioni di euro di investimenti, ma il più grande tokamak basato su magneti superconduttori del mondo è finalmente pronto ad entrare in azione. Si tratta di JT-60SA: un impianto che sorge a Naka, in Giappone, frutto di una collaborazione scientifica tra Giappone ed Unione Europea. È appena stato inaugurato con successo, e se tutto andrà come sperato, il suo primato durerà appena 2 anni: è infatti pensato per sperimentare le tecnologie di confinamento del plasma su cui è basato ITER, il mega progetto per lo sviluppo di un reattore a fusione che avrà sede in Francia, e che dovrebbe aprire i battenti nel 2025. 

I due programmi di ricerca, che vedono un importante coinvolgimento europeo ed italiano, sono considerati la migliore speranza per ottenere, in futuro, un reattore a fusione funzionante e competitivo, che permetta di imbrigliare questa forma di energia pulita – la stessa che alimenta il nucleo delle stelle – per aiutarci a superare la dipendenza da fonte energetiche fossili e inquinanti. La tecnologia scelta, sia per JT-60SA sia che per ITER, è chiamata tokamak, e consiste in un reattore di forma toroidale, in cui il plasma, al cui interno avvengono le reazioni di fusione, è confinato utilizzando un campo magnetico generato da potentissimi elettromagneti esterni.

Per ora, è solamente uno dei modelli di reattore a fusione in fase di sperimentazione (anche se è considerato da molti il più promettente), e come per gli altri serviranno ancora decenni prima che possa dare i frutti sperati: quando si parla di fusione il problema non è tanto ottenere la reazione, ma renderla efficiente al punto da guadagnare molta più energia di quella utilizzata dal reattore, e riuscirci è un compito complesso, che rende necessario lo sviluppo e l’ottimizzazione costante di nuove tecnologie. ITER, che non verrà inaugurato prima del 2025 e dovrebbe costare non meno di 20 miliardi di euro, è pensato per raggiungere un’efficienza netta pari a zero: produrre cioè una quantità di energia pari a quella utilizzata per farlo funzionare. Se ci riuscirà, vorrà dire che le tecniche e le tecnologie su cui è basato hanno il potenziale per sviluppare un reattore ad efficienza positiva, che potrebbe quindi essere utilizzato per sostenere efficientemente le esigenze energetiche umane (un compito che verrà affidato al suo successore, già in fase di sviluppo con il nome in codice DEMO).

È per questo motivo che l’inaugurazione di JT-60SA è vista come un passo in avanti fondamentale dalla comunità scientifica. Si tratta infatti di un reattore a fusione complementare al programma ITER, che sfrutta tecnologie analoghe ed è pensato proprio per sperimentare e ottimizzare le operazioni di fusione del reattore europeo e dei suoi successori. 

 JT-60SA

“Quanto accade qui oggi sarà importante domani per decidere il contributo della fusione in un mix energetico privo di carbonio”, ha spiegato durante la cerimonia di inaugurazione di JT-60SA Marc Lachaise, direttore del consorzio europeo dedicato allo sviluppo di tecnologie per Iter, Fusion for Energy, di cui fa parte anche l’Italia e a cui è stata affidata anche la gestione del contributo europeo allo sviluppo del reattore giapponese. “L’impianto JT-60SA è fondamentale per la tabella di marcia della fusione perché offre ai nostri esperti una possibilità unica nel suo genere di imparare, utilizzare questo dispositivo e condividere queste preziose conoscenze con il reattore sperimentale internazionale (ITER). Inoltre, ha permesso ai laboratori di ricerca e all’industria europei, insieme al Giappone, di lavorare fianco a fianco nello sviluppo di un partenariato significativo”.

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