Jonathan Galindo Challenge: perché i mostri siamo noi

 «Mamma, papà vi amo. Ora devo seguire l’uomo col cappuccio nero. Non ho più tempo. Perdonatemi»: una leggenda metropolitana può uccidere? Sì, ma a patto che...

Quella di Jonathan Galindo è una leggenda metropolitana ma come insegnava Umberto Eco nel Pendolo di Foucault le storie esistono quando c'è abbastanza gente che crede che esistano. Un bambino di 11 anni si è tolto la vita nei giorni scorsi a Napoli lanciandosi dal balcone di casa, all’undicesimo piano.

Jonathan Galindo: una leggenda metropolitana che si avvera

Polizia e Procura, che stanno indagando sull’accaduto, ipotizzano il reato di istigazione al suicidio. Prima di scavalcare la ringhiera avrebbe inviato un messaggio con il cellulare nel quale oltre a chiedere scusa ai genitori allude a un uomo nero: «Mamma, papà vi amo. Ora devo seguire l’uomo col cappuccio nero. Non ho più tempo. Perdonatemi». Gli inquirenti non escludono che il bimbo possa essere stato vittima dei cosiddetti "challenge dell’orrore", del tipo "Blue Whale", un gioco che si svolge online, che comprende atti di autolesionismo fino al suicidio.

E qui entra in gioco Jonathan Galindo, ovvero il fenomeno social che indurrebbe i giovanissimi frequentatori di Internet ad atti di autolesionismo. Galindo si presenta come un uomo mascherato con un cappuccio che ha l’aspetto deformato di Pippo della Disney e richiede l’amicizia su vari canali social (Facebook, Instagram, Tik Tok, Twitter), scegliendo spesso minori. Perché, come abbiamo spiegato, il primo a caricare la foto sul web è stato un produttore di effetti speciali cinematografici, tale Samuel Catnipnik nel 2010 che aveva realizzato questa particolare maschera. Nel 2012-2013 la stessa maschera compare in alcuni video sessualmente espliciti di un artista e videomaker americano che sui social si identifica come Dusky Sam, Sammy Catnipnik o Samuel Canini.

jonathan galindo instagram-2

Risalendo agli archivi del web si nota come dal 2017 le immagini del "Pippo umano" si siano trasformate in quelle di Jonathan Galindo ma il rinnovato interesse si deve al suo successo su Tik Tok di un utente registrato nell’autunno 2019 come jonathangalindo54. Da quel momento, gli account con nomi simili si sono moltiplicati. Il successo diventa planetario quando un influencer messicano di nome Carlos Name, e circa 1.700.000 followers su Instagram, rilancia la storia del “Pippo umano”, raccontando di averlo visto appostato fuori da casa sua, di notte.

Jonathan Galindo challenge: i mostri siamo noi

Così Jonathan Galindo da "meme" del web diventa una leggenda urbana: un individuo disturbato con una maschera a coprire una deformità fisica, chi manderebbe un messaggio a Galindo riceverebbe in cambio video inquietanti, spaventosi, e in qualche caso perfino la foto della propria casa ripresa dall'esterno avallando le doti da stalker capace di scoprire il codice ip degli utenti. Ma c'è di più. Come spiega oggi Virginia Della Sala sul Fatto Quotidiano, le origini del personaggio, Canini stesso ha spiegato che Jonathan Calindo non esiste e non è mai esistito:

“Le foto e i video sono miei – ha detto –. Erano per il mio bizzarro piacere personale (legato pure a contenuti sessualmente espliciti messi online ndr), non per qualche cacciatore di brivido dei giorni nostri che cerca di spaventare e bullizzare la gente. Se ricevete un messaggio da qualcuno che vuole iniziare qualche gioco, non interagiteci”. Si parte da qui, insomma, per creare quello che viene definito un perfetto creepypasta.

Il sito Queryonline.it lo spiega benissimo: “Le creepypasta sono sostanzialmente storie dell’orrore in salsa telematica, l’equivalente moderno delle storie di fantasmi raccontate intorno al fuoco. Spesso partono da immagini inquietanti per costruirci intorno un racconto, via via modificato dagli utenti per renderlo sempre più spaventoso e poi diffuso grazie al copia e incolla (il suffisso ‘pas ta’ viene proprio da cut&paste)”.

Il Corriere della Sera oggi sostiene che secondo gli inquirenti il bimbo potrebbe essere caduto in una trappola del web, costretto da qualcuno ad uccidersi, forse per salvare la vita dei suoi familiari o per salvare se stesso. Per questo chi indaga vuole conoscere dettagli sulle conversazioni intrattenute, comprendere se la giovane vittima possa aver confidato loro delle paure che lo hanno poi spinto a suicidarsi lanciandosi dalla finestra del bagno all’undicesimo piano, dopo aver poggiato uno sgabello alla ringhiera del balconcino che dà sull’androne del palazzo.

Ma la pista che in queste ore prende corpo sempre di più porta a una trappola del web. Gli inquirenti sono rimasti scioccati in particolare da un messaggio, che non lascerebbe aditoadubbi quanto meno sulla lucidità del bimbo, sulla sua consapevolezza, cosa molto rara in persone che si suicidano. Sapeva di poter procurare un dolore immenso ai suoi genitori, ne era cosciente, ma doveva fare qualcosa che non poteva attendere. Cosa? «Seguire l’uomo col cappuccio» (come ha scritto) e poi uccidersi.

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È possibile quindi che qualcuno abbia utilizzato il meme per spingere il bambino a togliersi la vita, ma questo va ancora provato. In ogni caso, e anche se alla fine si trovasse un responsabile con nome e cognome che ha istigato al suicidio il ragazzino (e che, nel caso, dovrebbe marcire in galera a vita), rimarrebbe il fatto che non è stato un pupazzo a uccidere, ma un uomo. E quindi, come dice Sala, i mostri non esistono. O meglio: i mostri siamo noi. 

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