Morti "con coronavirus", non "di coronavirus": perché il tweet di Zangrillo fa discutere

Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva del San Raffaele: i 21 morti di ieri in Lombardia "sono persone risultate positive al Covid ma venute a mancare per colpa di gravi patologie pre esistenti o intercorrenti". La differenziazione tra persone morte "con" e "per" coronavirus sembra però un salto indietro nel tempo di cui nessuno sentiva il bisogno

Foto archivio Ansa

"In Lombardia altri 21 morti, titola Repubblica online. È bene che tutti sappiano che sono persone risultate positive al Covid ma venute a mancare per colpa di gravi patologie pre esistenti o intercorrenti. Fonte: Regione Lombardia": le parole sono di Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele di Milano. E fanno discutere. I dati sono relativi al bollettino coronavirus diffuso dal ministero della Salute ieri, 2 luglio. Zangrillo è stato tra i primi che, sulla scia dei dati molto incoraggianti sull'andamento dell'epidemia in Italia, ha cercato di ridimensionare i rischi e la gravità dello scenario attuale. Quando disse che "il coronavirus clinicamente non esiste più", il 31 maggio scorso, si scatenò un putiferio. Il professore faceva riferimento al fatto che le terapie intensive erano ormai quasi vuote e che i tamponi eseguiti dalla seconda metà di maggio in avanti mostravano una carica virale dal punto di vista quantitativo infinitesimale rispetto ai tamponi eseguiti sui pazienti di marzo e aprile.

La differenziazione tra persone morte "con" e non "per" il nuovo coronavirus sembra però un salto indietro nel tempo di cui nessuno sentiva il bisogno. Tra fine febbraio e inizio marzo la Protezione Civile quando diramava i bollettini quotidiani insisteva nello specificare che molte delle vittime avevano gravi patologie pre-esistenti. E' parso però chiaro nel corso della drammatica primavera che ci siamo messi alle spalle che non vi sia molto senso nell'insistere su questa distinzione. Per quale motivo? In molti casi la comparsa del coronavirus ha inciso in modo importante sul decorso clinico del paziente, anche nel caso ci fossero patologie preesistenti. Non è tutto: nel nostro Paese nella fascia degli over 70, quella più a rischio secondo tutte le statistiche disponibili, la percentuale di pazienti con più patologie è alta: quindi pensare di avere una statistica chiara con la conta dei decessi per e con coronavirus è impensabile. E' vero che i decessi nel corso dell'emergenza sanitaria di persone giovani e che erano in buona salute sono stati molto rari, ma non eccezionali.

Lo diciamo anche in un altro modo: non è scritto da nessuna parte che un paziente iperteso, cardiopatico, diabetico e persino malato di cancro sarebbe morto lo stesso nei mesi scorsi se non fosse stato contagiato dal coronavirus. Ci sono troppe sfumature per pensare di poter parlare in maniera netta di persone morte "con" o "per" il nuovo coronavirus. A meno di non decidere di conteggiare tra le vittime della pandemia in Italia solo e soltanto persone in perfetta salute e giovani. Se nessuno può insegnare nulla a Zangrillo dal punto di vista professionale, vien da chiedersi quale sia il senso di una strategia di comunicazione volta a minimizzare i rischi di un virus che sta facendo meno danni in queste ultime settimane perché c'è meno carica virale grazie distanziamento sociale, uso delle mascherine e temperature elevate. L'apporto e il lavoro dei medici e di tutti i professionisti del servizio sanitario è stato e sarà per sempre impagabile. Sul valore e sul significato delle strategie di comunicazione, dei dibattiti e delle diatribe, via tv e social, tra esperti nei mesi scorsi invece è legittimo farsi qualche domanda.

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