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Lunedì, 24 Gennaio 2022
In che situazione siamo

Omicron travolgerà gli ospedali?

Un nuovo studio californiano conferma che la nuova variante provoca una malattia più lieve (e un tempo di degenza minore). L'occupazione dei reparti però è in crescita

Sarà anche più lieve delle altre varianti, certo è che da quando Omicron ha preso il sopravvento i ricoveri hanno iniziato a crescere in modo sostenuto. I pazienti Covid in area non critica sono oggi più di 17mila, circa la metà rispetto al picco della seconda ondata (quando i vaccini non esistevano). Nelle terapie intensive ci sono invece 1.677 persone contro le 3.848 dell'anno scorso.

Inizia indubbiamente ad esserci qualche segnale di stress del sistema sanitario. Da qui la domanda: nonostante provochi generalmente una malattia meno grave, Omicron sarà comunque in grado di provocare il collasso dei nostri ospedali? Rispondere a questa domanda è ovviamente proibitivo (le incognite sono troppe), ma guardando agli ultimi studi scientifici e alla situazione degli altri Paesi è forse possibile farsi un'opinione meno sommaria e più documentata. Andiamo con ordine. Dati terapie intensive-2

I ricoverati per Covid sono meno di quelli che sembrano

Iniziamo dal dire che con una variante così contagiosa il dato dei ricoverati con sintomi potrebbe essere in parte falsato. In che modo? Secondo uno studio realizzato dalla Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere, il 34% dei pazienti positivi ricoverati non è infatti in ospedale per sindromi respiratorie o polmonari, ma richiede assistenza sanitaria per altre patologie. In altre parole si tratta di persone che scoprono la propria positività solo nel momento del ricovero (per altri motivi).

È lecito supporre che prima di Omicron il numero delle persone che finivano in ospedale "con il virus" e non "per il virus" fosse più basso proprio in virtù della circolazione virale meno sostenuta. In poche parole: se un italiano su 30 è positivo al Sars-Cov-2, le probabilità che un ricoverato in ospedale abbia anche un tampone positivo sono più alte che in passato. 

Ma anche quella che sembrerebbe una buona notizia ha dei risvolti negativi. La Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso) spiega infatti che "la presenza di pazienti positivi ma con altre malattie" impegna "ancora di più le aziende da un punto di vista organizzativo: si tratta di pazienti che sono positivi e impegnano posti letto Covid ma hanno bisogno di un'assistenza interdisciplinare che ci obbliga, dunque, a duplicare i percorsi organizzativi". 

L'occupazione dei posti letto

In ogni caso negli ospedali inizia ad esserci più di qualche campanello d'allarme. Secondo gli ultimi dati di Agenas, l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, l'occupazione delle terapie intensive è al 18% (la soglia per il passaggio in zona rossa è fissata al 30%) con ampie differenze tra le regioni. Se ad esempio in Puglia "solo" il 10% dei posti letto è occupato da pazienti Covid, in Piemonte c'è un meno rassicurante dato del 24%, la provincia di Trento arriva al 31%, mentre Calabria e Sicilia si fermano al 20. 

Salgono anche i ricoveri Covid in area non critica, che arrivano al 27%, un punto percentuale in più rispetto alla precedente rilevazione (la soglia critica è del 40%). I ricoveri aumentano in 13 regioni: la Valle d'Aosta sfonda la quota del 50% (54%), con un aumento di 8 punti; ma preoccupano anche Lombardia (31%), Piemonte (33%) e Abruzzo (26%). 

Covid, ondate a confronto-2

Ricoveri Covid aumentati del 32% in una settimana

Dal monitoraggio degli ospedali "sentinella" della Fiaso è emerso che in una settimana i ricoveri Covid sono cresciuti del 32%. "È la più veloce accelerazione registrata in due mesi", sottolinea la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere. L'ultimo report comprende 20 strutture sanitarie e ospedaliere e 4 ospedali pediatrici distribuiti su tutto il territorio italiano.

La rilevazione è stata effettuata in data 11 gennaio e riguarda un totale di 2.183 pazienti adulti e 120 pediatrici. Il report evidenza "un aumento dei ricoveri, pari al 32%, con una decisa accelerazione rispetto alla scorsa settimana quando l'incremento era stato del 26%". Un dato "in linea con l'aumento dell'incidenza registrato nelle ultime settimane e che pone un allarme sui posti letto riservati all'assistenza di pazienti positivi al Sars-Cov-2".

Omicron provoca sintomi più lievi (e si sta meno tempo in ospedale)

Nonostante i ricoveri siano in aumento, secondo diversi esperti con Omicron potrebbe aprirsi in ogni caso una nuova fase della pandemia. Tutti gli studi fin qui condotti concordano sul fatto che il nuovo ceppo provochi generalmente una malattia più lieve. L'ultima ricerca sul campo, condotta in California, ha dimostrato che in chi si è infettato da Omicron anche il recupero dalla malattia è più breve.

L'epidemiologo Joseph Lewnard (Università della California, Berkeley), e il suo team hanno analizzato le cartelle cliniche di 69.279 pazienti sintomatici risultati positivi al coronavirus tra il 30 novembre e il 1° gennaio, scoprendo che la degenza in ospedale dei pazienti infettati da Omicron era di tre giorni più corta (il 70% in meno rispetto a Delta). Inoltre il rischio di ospedalizzazione risultava dimezzato e quello di venire intubati ridotto del 75%.

Un rischio che si abbassa soprattutto tra i vaccinati che secondo Lewnard avrebbero tra il 64 e il 73% di probabilità in meno di essere ricoverati rispetto ai non vaccinati. Lo studio, i cui risultati sono stati anticipati dal New York Times, non è stato ancora pubblicato su riviste scientifiche, ma ha dato esiti analoghi ad altre ricerche condotte in Sud Africa, Regno Unito e Danimarca. 

Omicron, lo studio in California sulla nuova variante-2

Dato per assodato che la variante Omicron causa a parità dei casi meno ospedalizzati (secondo uno studio inglese fino al 70% in meno) e il tempo di degenza più breve permetterà di liberare preziosi posti letto, la domanda che tutti si fanno è se i sistemi sanitari potranno reggere l'urto di un'impennata senza precedenti dei contagi.

In alcuni Paesi dove la percentuale di vaccinati è insufficiente gli ospedali sono già in seria difficoltà. È il caso ad esempio degli Stati Uniti dove sono oltre 145.000 le persone ricoverate, una cifra che non ha eguali dall'inizio della pandemia, e praticamente il doppio rispetto a due settimane fa. È stato dunque superato il picco di ricoveri raggiunto un anno fa, quando a gennaio 2021 si contavano circa 142mila ricoveri. Nel Paese circa il 62% della popolazione ha completato il ciclo vaccinale, ma solo il 23% ha ricevuto anche il booster (in Italia il 41%). 

Quando inizieranno a scendere i contagi?

È chiaro che la tenuta del sistema dipenderà da come evolve la curva delle diagnosi. Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute, ha ipotizzato un picco "a fine gennaio, inizio febbraio", ma è probabile che prima di allora sfonderemo "il muro dei 300 mila" casi al giorno.

Difficile in ogni caso fare previsioni accurate: con Omicron viaggiamo in territori inesplorati. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha predetto che a questo ritmo più della metà delle persone in Europa potrebbero essere infettate nelle prossime sei-otto settimane. Ma non è detto che l'epidemia continuerà a viaggiare ai ritmi attuali. In Sudafrica dopo una fiammata iniziale il numero dei contagi è sceso altrettanto rapidamente. Nel Regno Unito, primo Paese europeo a fare i conti con Omicron, la curva sembra aver imboccato la discesa ma serviranno dati più solidi per capire se si tratta davvero di un trend o di un fuoco di paglia. 

Casi Regno Unito Sudafrica-2

Quando arriveranno i vaccini contro Omicron

Di sicuro, come evidenziato anche dal gruppo tecnico dell'Oms, per combattere ad armi pari contro Omicron serviranno vaccini aggiornati (quelli in uso, com'è noto, hanno un effetto limitato nei confronti della trasmissione) perché puntare solo sui booster non è una strategia sostenibile. Un monito che però può avere anche avere una lettura politica, ossia: è questo il momento di indirizzare le scorte delle aziende farmaceutiche per colmare il divario con i Paesi poveri. Certo è che per avere nuovi vaccini servirà tempo: Pfizer ha annunciato che il suo vaccino sarà pronto a marzo, ma l'approvazione dell'Ema (secondo quanto riferito dalla stessa agenzia europea dei medicinali) potrebbe arrivare solo ad aprile-maggio. 
 

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