Mercoledì, 23 Giugno 2021
Come stanno le cose

Il paradosso delle terapie intensive: "Più morti nelle regioni che hanno più letti"

"Sono sicuro che a fine ondata si scoprirà questo", dice il virologo Andrea Crisanti, docente di microbilogia all'università di Padova

Foto repertorio Ansa

"Sono sicuro che alla fine di questa ondata si scoprirà che le regioni che avevano più posti in terapia intensiva avranno fatto più morti. C'è un paradosso: più posti di terapia intensiva si creano, meno pressione teoricamente c'è e più possibilità si dà al virus di infettare e quindi di mandare persone in rianimazione". Ne ha parlato oggi il virologo Andrea Crisanti, docente di microbilogia all'università di Padova, intervenuto ad Agorà su Rai3.

Il paradosso delle terapie intensive secondo Crisanti

L'esperto dell'università di Padova ha invitato a non considerare solo i numeri di letti disponibili sulla carta. "Un posto di terapia intensiva - avverte - non si crea attivando e accendendo un ventilatore. C'è dietro tutta una struttura e delle competenze che sono difficili da moltiplicare, perché non si possono moltiplicare i letti senza mobilizzare infermieri e rianimatori e assicuro che ci vogliono anni per formare un rianimatore. Inoltre più posti letto lo specialista segue, più la capacità di curare pazienti diminuisce".

Cosa dicono i numeri

Le terapie intensive non sono sotto pressione, ha detto il commissario per l'emergenza coronavirus Domenico Arcuri. Ma cosa ci dicono i numeri? Il bollettino del ministero della Salute di lunedì 16 novembre ha indicato 27.354 nuovi casi di coronavirus a fronte di 152.663 tamponi processati. Il rapporto tra positivi e test effettuati è del 17,9%. Scendono a 4.128 i nuovi casi covid in Lombardia. Seguono la Campania (4.079) e il Piemonte (3.476); più in basso ci sono l'Emilia Romagna (2.547), la Toscana (2.433) e il Lazio (2.407). Le altre regioni sono tutte sotto i 2mila nuovi casi. Sul totale dei 504 decessi registrati nell'ultimo bollettino, 99 sono avvenuti nella sola Lombardia. Oggi i pazienti ricoverati in terapia intensiva sono 3.492 (+70 rispetto a domenica).

"Inaccettabile riaprire a Natale, abbiamo 500 morti al giorno"

In queste ore il governo sta lavorando al Dpcm che entro giovedì 3 dicembre, quando scadono le misure dell'ultimo decreto del presidente del Consiglio, dovrebbe allentare la stretta sulla penisola per consentire lo shopping della fine dell'anno, il cenone di Natale e di festeggiare il Capodanno. E le nuove regole che dovrebbero debuttare all'inizio del mese prossimo cominciano a concretizzarsi. Al momento si tratta solo di ipotesi, come spieghiamo qui. Crisanti ha commentato così l'ipotesi di un allentamento delle misure nel periodo natalizio: "Sarebbe moralmente inaccettabile se riaprissimo tutto a Natale, per fare tutto il casino fatto in Sardegna quest'estate e ricominciare dall'inizio".

Morte 9mila persone dall'inizio della seconda ondata

"I casi non stanno aumentando al ritmo della settimana scorsa - ha aggiunto l'esperto -. Se ieri fossero stati fatti 210-220mila tamponi, saremmo arrivati a circa 36-37mila casi. Quindi ci troviamo davanti a piccole variazioni rispetto al numero dei casi. Sicuramente le misure hanno avuto l'effetto di rallentare l'andamento della curva: la prossima settimana vedremo se la curva inizierà a scendere. Se non scende, bisogna fare qualche altra cosa. Sono morte 9mila persone dall'inizio della seconda ondata, le famiglie stanno pagando un prezzo emotivo immenso", ha aggiunto.

Crisanti ha poi detto la sua sull'ipotesi dei medici di famiglia e dei pediatri impegnati nelle cure domiciliari. "Non entro nei dettagli della sentenza del Tar del Lazio, ma conosco moltissimi colleghi medici di base e pediatri che non sono minimamente formati per fare le cure domiciliari e non hanno le attrezzature e i dispositivi di protezione per farle".

Il virologo ha ribadito che "nella casa di un paziente Covid si deve entrare con determinati criteri di sicurezza. Il medico non può entrare da solo perché ci deve essere qualcuno che poi successivamente lo aiuta a spogliarsi, deve avere un mezzo che poi sia possibile sanificare. Penso che misure come la scelta di attribuire questo compito ai medici di famiglia siano veramente una manifestazione dell'approssimazione: non si sa quello che poi succede sul campo".

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