Giovedì, 25 Febbraio 2021
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Addio a Marchionne, ora le incognite sul futuro spaventano i mercati

Mike Manley si trova ora alla guida di un gigante che produce 14 marchi di cui Fiat rappresenta solo parte di una galassia che dà lavoro a 236mila dipendenti, di cui solo un quarto sono italiani. La sfida sarà far convivere le anime sulle due sponde dell'Atlantico

Foto Ansa

"Comincerò parlando di Sergio, è un momento molto triste e difficile". Sono le prime parole del nuovo amministratore delegato di Fca, Mike Manley, in apertura della conference call con gli analisti finanziari sui risultati del secondo trimestre del gruppo Fca presentati proprio oggi dopo la morte dell'ex Ad Sergio Marchionne - Manley ha chiesto quindi un minuto di silenzio prima di parlare dei risultati societari.

"Ho passato gli ultimi nove anni della mia vita - ha detto Manley con voce commossa - parlando ogni giorno con Sergio. Era un uomo unico e speciale, ci mancherà moltissimo".

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Il grande talento di Marchionne erano i negoziati, trattative che il manager col maglione scuro ha saputo intavolare con tutti, sindacati e capi di Stato compresi. La sua eredità inzia con la conferma di una promessa, ma anche un'ombra sul futuro di uno dei principali gruppi automobilistici mondiali. 

Quando Marchionne arrivò al timone, il gruppo Fiat in Borsa valeva la miseria di 4 miliardi, non produceva utili ed era schiacciato da un debito da far tremare i polsi. Oggi la fabbrica automobilistica di Torino è alla guida di un gruppo globale, anche se un po' meno italiano. 

Fca conferma "tutti gli obiettivi" che sono stati indicati nel piano industriale 2018-2022. E lo fa con la voce di Mike Manley, nuovo amministratore delegato di Fiat Chrysler automobiles, chiamato a guidare il gruppo in una difficile transizione. 

La trimestrale di Fca conferma la 'promessa' fatta da Sergio Marchionne: al 30 giugno scorso il gruppo ha azzerato il proprio debito registrando una liquidità netta industriale pari a 456 milioni di euro, in crescita di 1,8 miliardi di euro rispetto allo scorso 31 marzo. Eppure non ci sono solo luci.

Lo ammette lo stesso Manley indicando come sui risultati del secondo trimestre pesa il "rallentamento della Cina" un mercato che oltre a rappresentare una "priorità chiave" per Fca è anche la sfida maggiore per il gruppo automobilistico.

Come il rischio Cina abbia già iniziato a erodere i ricavi lo spiega il direttore finanziario Richard Palmer: giù le vendite di Maserati, sui conti della casa del Tridente pesa l'andamento in oriente dove le vendite sono scese del 65%.

Il futuro del gruppo tra le due sponde dell'Atlantico

Anche Sergio Marchionne lo aveva anticipato: il secondo trimestre è stato "duro" per Fca: il gruppo registra un calo dell'utile netto del 9%  mentre nel giorno della morte dell'ex Amministratore Delegato perde in borsa il 15,5%. Ma il gruppo automobilistico conferma "tutti gli obiettivi" che sono stati indicati nel piano industriale 2018-2022.

Ha il compito di rassicurare i mercati il nuovo amministratore delegato Mike Manley ha collaborato con Marchionne per la definizione del piano industriale dell'azienda che definisce "una struttura forte ed indipendente".

"Nonostante la revisione degli obiettivi il 2018 resta un anno solido. Abbiamo dimostrato in passato capacità di essere flessibile, e se ci saranno opportunità da cogliere" saranno valutate, ma "fondamentalmente il mio mandato è quello di realizzare il piano 2018-2022"

Il gruppo Fca rivede al ribasso quasi tutti i target per l'anno in corso: la nota diffusa dal gruppo taglia in un range fra 115 e 118 miliardi i ricavi netti per l'anno (era di circa 125 miliardi), cala anche la liquidità netta industriale, rivista intorno a quota 3,0 miliardi di euro, dai precedenti 4,0 miliardi.

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"Abbiamo dimostrato in passato capacità di essere flessibile, e se ci saranno opportunità da cogliere" sottolinea Mike Manley dopo aver chiesto un minuto di silenzio in apertura di conference call: "Non c'è dubbio che Sergio fosse uomo speciale che ci mancherà".

Era stato Umberto Agnelli negli ultimi giorni di vita a indicare Sergio Marchionne per il ruolo di amministratore delegato del gruppo Fiat che stava vivendo la più grave crisi nella sua storia ultracentenaria. L'impero della famiglia Agnelli era oggetto di vertici di governo e riunioni segrete a via XX Settembre organizzate dall'allora ministro Tremonti su piani di nazionalizzazione. La grande GM preferì staccare un assegno da 2 miliardi piuttosto che acquistare Fiat Auto.

Quando Marchionne arrivò al timone, il gruppo Fiat in Borsa valeva la miseria di 4 miliardi, non produceva utili ed era schiacciato da un debito da far tremare i polsi. Nella difficile operazione di riassetto, Marchionne ha potuto contare sul sostegno delle principali banche italiane che si erano impegnate con un convertendo da 3 miliardi di euro nei confronti della Fiat che era tecnicamente fallita. Sono state le banche a far naufragare il progetto di nazionalizzare la Fiat, progetto che godeva di un certo sostegno sia dentro una parte del sindacato e sia tra le forze politiche.

Con Marchionne la casa torinese torna alla ribalta e passa dall’essere la fabbrica italiana automobili al 7° gruppo produttore di auto al mondo, presente in tutti e 5 continenti. Nei suoi 14 anni di amministrazione Marchionne ha messo la firma su 14 bilanci, generando per il gruppo FCA un totale di 15 miliardi di utili, chiudendo in rosso soltanto 2 esercizi. Come ripercorre l'Ufficio Studi di Money.it la storia di Sergio Marchionne alla guida di Fiat e FCA è scritta attraverso i prezzi di Borsa: nei primi 10 anni di era Marchionne il manager contribuisce a far salire le quotazioni del titolo FCA del 104,16%. La corsa delle azioni continuerà anche dopo, con il massimo storico toccato a 20,2€ il 23 gennaio 2018. 

Il primo obiettivo: non intaccare la fiducia dei mercati

I manager non si giudicano solo con i numeri. L'era Marchionne, ormai conclusa con la scomparsa del manager che si è spento oggi a Zurigo, tre giorni dopo il passaggio di consegne in Fca, non è solo una storia di successo osservando i bilanci. Ha ridisegnato il profilo della Fiat andando oltre l'autocentrismo di Ghidella degli anni '70. In questa operazione il manager venuto da Chieti ha incassato la fiducia dei mercati finanziari per i quali è una autentica star. Oggi la somma delle parti che fanno capo a Exor (Fca, Ferrari e Cnh) capitalizza 65 miliardi, GM si ferma a 54 miliardi, Ford a 42, Peugeot e Renault a una ventina.

Un certo provincialismo italiano per anni si è soffermato sul tasso di italianità della Fiat che aveva osato sbarcare negli States e prendersi una derelitta Chrysler e riuscendo in breve tempo a realizzare la prima vera fusione nell'auto. Risultato ancor più significativo dopo la infelice avventura della Daimler con Chrysler. I pregiudizi tedeschi hanno stoppato Marchionne nel disegno del polo europeo con Opel.

È Marchionne che ha anticipato il nuovo assetto industriale dell'automotive a stelle e strisce, puntando su pick-up e suv. E' sempre dal Lingotto che è partito il messaggio sulla necessità del consolidamento di un settore ad altissima intensità di capitale che è entrato in una profonda rivoluzione che non è solo tecnologica ma ridefinisce il principio stesso di mobilità. Corteggia, non ricambiato, Mary Barra per una fusione con GM.

È sempre Marchionne che in Italia si chiama fuori dal capitalismo di relazione, fa uscire Fiat dal salotto buono di Mediobanca e dall'editoria, e poi da Confindustria. Le sfide non sono certo finite, anzi si moltiplicano con l'aumentare della complessità dei mercati globalizzati. La principale sarà far convivere Jeep, le future auto elettriche, le piccole in Italia ed Europa e il "polo del lusso" Alfa-Maserati.

Le sfide del futuro

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Mike Manley si trova ora alla guida di un gigante da 236 mila dipendenti, 14 marchi prodotti in 60 stabilimenti, più il quasi centinaio che si occupa di produrre componentistica. Di questi, 25 si trovano tra Stati Uniti e Canada, 17 in Europa, compresi gli stabilimenti in Serbia e Turchia, e i restanti sono sparsi tra Sud America, Messico, India e Cina. Nel 2013, ultimo dato disponibile nei documenti ufficiali Fca, circa un quarto - 62 mila - erano riferiti all'Italia, 81 mila erano i lavoratori in Nord America e 48 mila in America Latina. Secondoi dati diffusi dalla Fim-Cisl quest'anno i dipendenti del gruppo in Italia sono 66.200.

Fiat, capostipite della famiglia, oggi rappresenta solo una parte della galassia: nel 2010 dal perimetro dell'azienda si era già sganciato il segmento dei veicoli commerciali e industriali che dopo la fusione con Cnh Global ha dato via a Cnh Industrial, società separata da Fca. 

Gli ottimi risultati del gruppo Fca sono soprattutto made in Usa. Dei 4,7 milioni di auto vendute, 2 milioni si riferiscono agli Stati Uniti dove un veicolo su due venduto da Fca è Ram, la casa che produce soprattutto pickup e veicoli commerciali, guidata fino ad oggi proprio da Manley, responsabile anche del marchio Jeep.

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L'auto italiana dentro Fca è tutta nei marchi Fiat, Alfa Romeo e Lancia. Come ricorda La Repubblica quest'ultima è stata la grande sacrificata dell'era Marchionne, che a partire dal piano 2014 ha scelto di interrompere lo sviluppo di nuovi modelli, lasciando in vita solo la produzione della Ypsilon, prodotta nello stabilimento polacco di Tychy e venduta soltanto in Italia.

Alfa Romeo ha venduto 12.031 veicoli negli Stati Uniti, di tutto rispetto, ma ben lontani dagli oltre 85 mila in Europa, prevalentemente in Italia. 

Maserati è diventata la punta di diamante del lusso all'interno della galassia Fca. I numeri sono inevitabilmente marginali rispetto ai volumi degli altri brand, ma la crescita del marchio è stata un'altra delle scommesse vinte da Marchionne. Nel 2017 l'azienda ha venduto 52 mila auto, sette anni prima erano quasi un decimo.

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