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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
Politica

Quirinale, Mattarella spazza via il bis e spunta la nuova ipotesi: "Draghi potrebbe dimettersi comunque"

Fino a ieri il bis di Mattarella era una sorta di "coperta di Linus" nella quale i partiti trovavano conforto quando l'ormai famigerato "totoquirinale" si manifestava in tutta la sua indecifrabilità. Da oggi l'arco parlamentare guarda a gennaio con qualche timore in più: una mancata elezione del premier al Colle lo indebolirebbe e indebolirebbe il suo governo

Interpretare le sue parole come un riferimento all'attualità è sempre rischioso, ma a circa due mesi dall'avvio delle elezioni per il suo successore e mentre ormai ogni giorno impazza il totoquirinale', è inevitabile che il riferimento alla non rieleggibilità del Capo dello Stato, pronunciato ieri pomeriggio da Sergio Mattarella, assuma una rilevanza particolare rispetto all'ipotesi di una sua conferma al Colle e sembra ribadire un cortese rifiuto opposto a chi vorrebbe proporre la sua candidatura. E le carte in tavola così cambiano, molto più di quanto appaia a prima vista.

Sergio Mattarella esclude il bis

Che cosa è successo e perché le ipotesi sul Quirinale oggi trovano così tanto spazio sulle prime pagine dei principali quotidiani?

Ricordando la figura di Giovanni Leone, l'attuale Presidente della Repubblica ha citato il messaggio che il predecessore inviò al Parlamento il 15 ottobre 1975, "che venne ritenuto da giuristi autorevoli studiosi di grande livello uno dei massimi documenti sulla questione delle riforme istituzionali. Tra gli altri temi trattati (bicameralismo, Cnel, pubblica amministrazione, Mezzogiorno, lo sciopero nei pubblici servizi), Leone ripropose la sollecitazione (già sottolineata dal Presidente Segni), di introdurre la non rieleggibilità del Presidente della Repubblica, con la conseguente eliminazione del semestre bianco". Nello stesso messaggio Leone ricordava che da presidente del Consiglio, nel 1963, si era fatto promotore di un disegno di legge che recepisse l'auspicio espresso dal suo predecessore. Quello stesso citato da Mattarella il 2 febbraio scorso, nel pieno della crisi del secondo esecutivo di Giuseppe Conte, in occasione dei 130 anni dalla nascita di Segni.

"Fu anche l’occasione - affermò l'attale Capo dello Stato riferendosi a quel testo - per esprimere la convinzione che fosse opportuno introdurre in Costituzione il principio della 'non immediata rieleggibilità' del Presidente della Repubblica. In quell’occasione Segni definiva 'il periodo di sette anni sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato'. Inoltre –aggiungeva- 'la proposta modificazione vale anche ad eliminare qualunque, sia pure ingiusto, sospetto che qualche atto del Capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione'". "Di qui l'affermazione che 'una volta disposta la non rieleggibilità del Presidente, si potrà anche abrogare la disposizione dell’articolo 88 comma 2 della Costituzione, che toglie al Presidente il potere di sciogliere il Parlamento negli ultimi mesi del suo mandato'".

È vero, nota oggi il Sole 24 Ore, Mattarella aveva detto le stesse tempo fa anche in occasione del ricordo di Antonio Segni "ma il fatto di averlo ripetuto vuol dire che ritiene fuori luogo insistere sul suo nome sia pure con ragioni che possono essere considerate valide. Ma che per lui non sono sufficienti per accettare l’anomalia di un doppio mandato dopo il bis di Napolitano. Sarebbe come arrendersi all’idea di una perenne crisi politica e istituzionale che il Paese non merita". Ed è un "no" che invita i partiti ad assumersi la responsabilità di un passaggio che dovrebbe far parte della normalità di una repubblica democratica.

La nebbia è fitta sul dopo-Mattarella. Pesano le insidie che arrivano da gruppi parlamentari divisi, da un clima lacerato nonostante il Governo di unità nazionale e dalla spinta di alcuni, come Meloni e forse Salvini, ad andare al voto.

Trasloco dal Quirinale: ha già firmato il contratto d'affitto

L’Espresso rivela pure di un contratto di locazione già firmato a Roma. Capitolo chiuso. Il presidente della Repubblica, accompagnato dalla figlia Laura, ha firmato ieri sera con l’agente immobiliare il contratto di affitto dell’appartamento tra il quartiere Parioli e il quartiere Salario Trieste che aveva già visitato qualche settimana fa. E' una certezza quella di lasciare il palazzo del Quirinale alla scadenza dei sette anni del suo mandato presidenziale, il 3 febbraio 2022: il suo alloggio romano da senatore a vita è pronto. A parte i riferimenti di natura costituzionale, Mattarella più volte negli ultimi 12 mesi ha fatto cenno alla questione della sua possibile rielezione, allontanandola sempre, in maniera formale ed informale.

"Quello che inizia - sottolineava nel messaggio di fine 2020 - sarà il mio ultimo anno come Presidente della Repubblica. Coinciderà con il primo anno da dedicare alla ripresa della vita economica e sociale del nostro Paese. La ripartenza sarà al centro di quest’ultimo tratto del mio mandato". Il 19 maggio poi la confessione ad una scolaresca romana: "L'attività" del Presidente della Repubblica "è impegnativa, ma tra 8 mesi il mio incarico termina, io sono vecchio, tra qualche mese potrò riposarmi". Mentre il giorno prima, intervenendo all'Università di Brescia, aveva accennato incidentalmente agli "ultimi mesi della mia Presidenza".

Totoquirinale: che succederà?

E quindi che succederà? Non è un segreto che l'unica altra grande opzione è quella che porta a Mario Draghi. La vera domanda è se l'esecutivo sarà in grado di proseguire senza di lui. "Draghi al Quirinale pone il tema della sua difficile sostituzione, Draghi lontano dal Quirinale apre quello, non meno insidioso, della tenuta politica del suo governo - scrive oggi Repubblica - L'impressione che più di un ministro ha ricavato dagli scambi degli ultimi giorni è che nel suo entourage - non tanto lo staff tecnico quanto le figure a lui più vicine - stia crescendo il malumore per la resistenza che i partiti mostrano a imboccare quella che viene considerata la più naturale delle soluzioni per scavallare il rinnovo del capo dello Stato: il trasferimento di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale. Nulla autorizza a sostenere che questi umori rappresentino il pensiero personale del presidente del Consiglio. Ma siccome, invece, tutto autorizza a verbalizzare l'insofferenza di Draghi per lo stato litigioso in cui versa la maggioranza, la paura di chi teme un crash istituzionale è che il suo mancato approdo al Colle sia comunque letto come una sconfitta del premier: il tana liberi tutti per gli insofferenti e i coscritti a forza dell'unità nazionale". Tradotto: una mancata elezione di Draghi al Colle lo indebolirebbe e indebolirebbe il suo governo.

Circola quindi un'ipotesi forte, ripresa oggi anche da Ilario Lombardo sulla Stampa riportando alcune voci dei franceschiniani, secondo cui si apre "anche uno scenario che finora, nelle mille ipotesi in cui si è detto tutto e il contrario di tutto, non era stato delineato da nessuno. 'Draghi potrebbe dimettersi comunque', dopo l'elezione del nuovo presidente della Repubblica, o potrebbe minacciare di farlo, se non dovesse essere più lui il candidato. Lo farebbe, secondo il messaggio consegnato da Franceschini ad alcuni parlamentari, perché si sentirebbe sfiduciato dai partiti, la quasi totalità del Parlamento, che sostengono la coalizione del suo governo di unità nazionale. Stando a una tesi simile che circola tra Palazzo Chigi e il ministero dell'Economia, Draghi giustificherebbe il suo passo indietro sostenendo di aver completato il lavoro per cui era stato chiamato da Sergio Mattarella, sulle riforme legate al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e sulle vaccinazioni. A maggior ragione se dovesse andar via dal Quirinale il presidente con il quale aveva stretto l'impegno del governissimo".

Il puzzle del Quirinale non è risolto

Allo stesso tempo il giudizio più diffuso nelle segreterie di partito è che, al momento, sia difficile un accordo preventivo sul nome del premier se Draghi sarà eletto presidente della Repubblica. Insomma, il puzzle del Quirinale non è risolto, e forse vista l'ampiezza del Gruppo Misto, indecifrabile, non lo sarà fino all'ultimo momento. Certo è che se Draghi vuole il Quirinale ha una sola alternativa, secondo vari osservatori: deve dare una prospettiva al Parlamento, di sopravvivenza, altrimenti nessuno, tra deputati e senatori, vorrà essere artefice del proprio suicidio politico a un anno dal termine della legislatura.

Fino a oggi il bis di Mattarella era una sorta di "coperta di Linus" nella quale i partiti trovavano conforto quando il Totoquirinale si manifestava in tutta la sua indecifrabilità. Dopo le parole di ieri del Capo dello Stato, non ci si potrà più nascondere. Un precedente c'era, quello di Giorgio Napolitano. E su quello contavano alcuni tessitori di Palazzo in vista della partita del Quirinale, con l'unico vero obiettivo di blindare la legislatura fino al 2023. Una formula semplice: "Il Presidente può restare al Colle e Draghi a palazzo Chigi". 

Come nota la Stampa, "Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono entrambi disposti all'idea di tornare al voto in primavera. La leader di Fratelli d'Italia lo chiede apertamente da mesi e il segretario della Lega non si tirerebbe indietro". Ma allo stesso tempo "rinverdisce l'idea dell'ideologo Dem Goffredo Bettini e del leader M5S Giuseppe Conte di portare Draghi al Quirinale e trovare un accordo di maggioranza per sostituirlo a palazzo Chigi".

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