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Venerdì, 1 Marzo 2024
tra dilemmi e contraddizioni

Ultima chiamata per il clima: cosa aspettarsi dalla Cop28

La Repubblica popolare cinese è tra i paesi più restii ad abbandonare le fonti energetiche fossili. Le frequenti interruzioni di corrente elettrica registrate nel 2021 e 2022 hanno spinto Pechino a fare affidamento sulle centrali elettriche a carbone, contraddicendo le promesse di Xi Jinping di ridurre le emissioni da combustibili fossili

Da qualche anno a questa parte, le estati in Cina sono più torride del solito: siccità, fiumi a secco e ondate di caldo record con temperature oltre i 40°C rendono il Paese asiatico tra i più colpiti dal cambiamento climatico. Ed è proprio il riscaldamento globale provocato dall'uomo ad aver contribuito alle gravi inondazioni e al caldo estremo nel sud-est della Cina nell'estate del 2020. A questa tesi sono giunti i ricercatori dell'Institute of Geographic Sciences and Natural Resources Research Chinese Academy dopo aver svolto un esperimento: modellando lo svolgimento degli eventi atmosferici catastrofici e confrontandoli con un altro scenario modellato senza i cambiamenti causati dall'uomo alle condizioni climatiche regionali, gli studiosi hanno compreso quanto determinante sia stata l'influenza umana sui disastri atmosferici che hanno investito il Paese asiatico tre anni fa. I risultati dello studio, pubblicato su Science Advances, hanno stimato che il riscaldamento antropico possa aver contribuito a un aumento del 6,5 per cento circa delle precipitazioni e a un aumento di circa 1° C delle temperature. L'allarme lanciato dagli autori dello studio non cade nel vuoto.

La leadership cinese è sempre più motivata ad affrontare una sfida epocale: la Repubblica popolare, tra i principali emettitori di gas serra al mondo, si è impegnata a raggiungere il picco di emissioni di Co2 entro il 2030 per poi raggiungere entro il 2060 la neutralità carbonica. Un percorso realizzabile solo grazie alle energie rinnovabili. Le difficoltà interne - con un'economia in fase di rallentamento, una crescente disoccupazione giovanile e un settore immobiliare in crisi - rischiano di mettere in discussioni gli obiettivi di Xi Jinping. Il presidente cinese, però, non molla la presa su una delle battaglie che sembra voglia combattere insieme al suo rivale geopolitico, gli Stati Uniti d'America che sono i primi responsabili al mondo per le emissioni che riscaldano il pianeta.

I principali inquinatori al mondo contro il cambiamento climatico

È cosa nota ormai che le due superpotenze sono in disaccordo un po' su tutto, ma qualcosa è cambiato dopo il summit tra Xi e Biden che si è tenuto a margine del vertice dell'area di cooperazione economica del Pacifico (Apec) che si è tenuto lo scorso 16 novembre a San Francisco. Dopo il ritrovato disgelo, quantomeno temporaneo, si è trovato un'intesa nei colloqui sulla lotta al cambiamento climatico, su cui esistono interessi reciproci.

L'incontro tra Xi e Biden è un (piccolo) successo

I leader dei due Paesi hanno confermato l'impegno a cooperare sul clima, benché il presidente americano abbia chiesto a Pechino di fare di più. Richiesta inconciliabile con le posizioni del governo cinese, che chiede "responsabilità comuni, ma differenziate" tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo nella lotta al cambiamento climatico, con uno sforzo maggiore da parte delle economie industrializzate. Per il presidente Xi è necessario affrontare le preoccupazioni dei Paesi in via di sviluppo - dei quali la Cina si erge a capofila - in termini di finanziamento, tecnologia e rafforzamento delle capacità per rispondere alla sfida dei cambiamenti climatici. 

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Un passo in avanti è stato fatto a poche ore prima del vertice tra Xi e Biden, con Usa e Cina che hanno firmato una dichiarazione comune in cui si impegnano a lavorare insieme contro "una delle più grandi sfide del nostro tempo", intensificando la cooperazione sul metano e sostenendo gli sforzi globali per triplicare l'energia rinnovabile entro il 2030. Nella lunga dichiarazione congiunta pubblicata dai media statali di Pechino e diffusa dal Dipartimento di Stato americano, i due governi hanno annunciato che verrà istituito un gruppo di lavoro sulla lotta alle emissioni di carbonio e alla deforestazione. Il documento tace sull'uso del carbone e sul futuro dell'energia fossile, ma in ogni caso si tratta di un segnale positivo, anche in vista del vertice sul clima di Dubai, la Cop28. 

Meno gas per salvare il clima e i petrolieri: così gli sceicchi guidano la Cop di Dubai

A Dubai, da oggi 30 novembre al 12 dicembre, 197 Paesi del mondo si riuniscono per delineare "un'azione drastica per combattere il cambiamento climatico" e rispondere all'appello lanciato dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Il pericolo, come paventato dal capo dell'Onu, è che il pianeta sia sulla strada di un riscaldamento disastroso tra i 2,5 e i 2,9 gradi entro il 2100 dal momento che, sulla base delle politiche esistenti e degli sforzi di riduzione delle emissioni, il riscaldamento globale raggiungerebbe i 3 gradi Celsius. Gli allarmi cadono tuttavia nel vuoto se si continua a pompare livelli record di gas serra nell'atmosfera con un aumento delle emissioni dell'1,2 per cento dal 2021 al 2022 come sostengono i monitoraggi Onu: un aumento in gran parte guidato dall'uso di combustibili fossili e dai processi industriali. Gli altri argomenti chiave della Cop28 saranno anche il fondo "Loss& damage" per ristorare le perdite e i danni del clima nei Paesi poveri e il fondo da 100 miliardi all'anno fino al 2025 a sostegno delle economie in via di sviluppo.

Alla vigilia del summit sul clima, l'inviato americano John Kerry ha teso la mano al suo omologo cinese Xie Zhenhua. "La Cina e gli Stati Uniti, responsabili da soli del 40 per cento delle emissioni globali di gas serra, intendono proseguire la loro collaborazione", ha affermato Kerry, che ha precistato: "Noi siamo i secondi, loro sono i primi" emettitori di questi gas e "senza un'azione offensiva da parte della Cina e degli Stati Uniti per ridurre le emissioni, non vinceremo questa battaglia".

Il dilemma tutto cinese

Al vertice di Dubai (dove a rappresentare gli Stati Uniti nel corso dei negoziati e delle sessioni di lavoro quotidiane non sarà il presidente Biden, ma l'inviato presidenziale per il clima ed ex segretario di Stato John Kerry) saranno valutati i progressi stabiliti dall'Accordo di Parigi del 2015, che impone il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Le aspettative sono già basse, dal momento che numerosissimi Paesi non hanno ancora avviato il percorso verso l'eliminazione graduale dell'uso di carbone, petrolio e gas per garantire la sicurezza e l'approvvigionamento energetico nazionale. 

È il dilemma che sta vivendo la Cina, tra i Paesi più restii ad abbandonare le fonti fossili. Le frequenti interruzioni di corrente elettrica registrate nel 2021 e 2022 hanno spinto Pechino a fare affidamento sulle centrali elettriche a carbone, violando le promesse del leader cinese Xi di ridurre le emissioni da combustibili fossili. Il governo cinese ha fatto una temporanea retromarcia ordinando alle miniere di produrre quanto più carbone possibile. Continuando sul trend del 2022, anche quest'anno la Cina ha approvato diversi permessi per l'apertura di nuove centrali a carbone e ha persino riportato in funzione impianti da lungo tempo inattivi, nonostante l'avvicinarsi della scadenza del 2030 entro la quale la nazione dovrà raggiungere il picco delle emissioni di carbonio. 

Secondo un nuovo rapporto pubblicato dal Center for Research on Energy and Clean Air (Crea) e dal Global Energy Monitor (Gem), nella prima metà del 2023 la Cina ha concesso permessi per 52 gigawatt di energia elettrica derivante dal carbone, mentre altri 41 gigawatt di nuovi progetti sono già stati annunciati. Ma per la prima volta ha anche riavviato i progetti sospesi, ripristinando 8 gigawatt di capacità di carbone precedentemente accantonata nella prima metà dell'anno. In totale, la Cina conta 243 gigawatt di impianti a carbone tra quelli autorizzati e in fase di realizzazione. Ma i progetti in cantiere potrebbero raggiungere quota 392 gigawatt in 306 centrali a carbone se si includessero gli impianti annunciati quest'anno. Il rapporto fa notare che così la capacità di energia da carbone potrebbe aumentare dal 23 al 33 per cento rispetto ai livelli del 2022, il che implica un massiccio aumento della produzione di energia da carbone, e quindi di emissioni clima-alteranti.

Il documento quindi mostra le contraddizioni degli annunci del governo cinese con i suoi provvedimenti, che certamente mettono in discussione la definizione dell'energia dal carbone come fonte "di supporto" ai grandi parchi eolici e solari per fronteggiare i picchi di domanda elettrica non coperti dalla nuova generazione da fonti rinnovabili. Gli analisti del rapporto infatti mettono in luce come nessuna delle ragioni ufficiali addotte dalla Cina per costruire i nuovi progetti a carbone sia vera: "La maggior parte dei nuovi progetti si trovano in luoghi dove non c'è bisogno di nuova capacità di energia da carbone per supportare la stabilità della rete o l'integrazione di energie rinnovabili variabili". Anche se gli impianti di energia pulita sono in rapida espansione, la Cina non sarà in grado di ridurre la capacità elettrica alimentata a carbone prima del 2030 se non procede con la cancellazione di progetti già autorizzati o il massiccio pensionamento anticipato degli impianti esistenti.

La corsa delle rinnovvabili

Il cambio di passo della Cina sul ritorno al carbone non rappresenta, per diversi analisti, un punto di non ritorno. Perché se è vero che il governo di Pechino ha avviato nuovi progetti di carbone, la velocità con cui sta implementando la potenza di grandi parchi eolici e solari porterebbe il carbone a svolgere un ruolo di supporto nel futuro mix energetico della Cina. 

Sulla carta la Repubblica popolare continua a collezionare una serie di successi. La capacità di generazione di energia elettrica da parte delle fonti non fossili ha superato quella delle fonti fossili. E la crescita record nell'installazione di nuove fonti energetiche a basse emissioni di carbonio farà abbassare le emissioni cinesi di Co2 nel 2024.

Secondo i dati collezionati da Crea, nella prima metà del 2023 sono stati aggiunti alla rete cinese circa 78 gigawatt di energia solare e 23 gigawatt di energia eolica, insieme a 1,2 gigawatt di energia nucleare e 5 gigawatt di energia idroelettrica. Le installazioni di pannelli solari e pale eoliche sono aumentate rispettivamente del 150 e dell'80 per cento. Solo per fare un paragone: gli impianti solari completati in soli sei mesi equivalgono alla capacità totale di energia solare installata in Germania.

C'è però una spiegazione dietro al boom di rinnovabili. Parte dell'aumento delle installazioni di energia solare è dovuto a un eccesso di progetti che erano stati bloccati durante il periodo della politica zero-Covid, che ha posto un freno all'industria ed economia cinese. Guardando all'aumento di installazioni di parchi energetici green, molti analisti sono ottimisti sull'obiettivo che la Cina si è posta nel raggiungimento del picco delle emissioni di gas serra prima del 2030.

I pannelli solari cinesi costano sempre meno, ma non è una buona notizia

Ma c'è anche chi osserva i movimenti del governo cinese con molta cautela. Gao Yuhe, responsabile del progetto Greenpeace East Asia con sede a Pechino, sostiene che è necessario vedere se la Cina sarà in grado di soddisfare la crescente domanda di energia rinnovabile per capire se il settore energetico cinese riuscirà a raggiungere presto il picco. Secondo l'analista, la Repubblica popolare dovrebbe puntare ad almeno 2.400 gigawatt di energia eolica e solare entro il 2030 per triplicare la capacità di energia rinnovabile. "La Cina ha bisogno non solo di accelerare la propria capacità di energia rinnovabile ma, cosa ancora più importante, di aumentare il consumo e la produzione di energia rinnovabile nel settore energetico", ha dichiarato Gao.

Quello che l'analista ha lasciato intendere è l'inefficienza delle infrastrutture energetiche verdi nel Paese asiatico. "Lo stoccaggio dell'energia è la chiave per la transizione energetica della Cina", ha affermato Gao, sostenendo che la maggior parte delle fonti rinnovabili cinesi viene generata nella zona occidentale del Paese, mentre la maggior parte del consumo energetico avviene nella parte orientale.

La situazione resta pur sempre complicata. La Repubblica popolare cinese, nonostante la rapida crescita delle rinnovabili, continua anche a costruire nuove centrali alimentate a carbone, la fonte di energia più inquinante del mondo. E alla richiesta di rivedere i suoi piani, l'inviato cinese per il clima, Xie Zhenhua, ha definito "irrealistica" qualsiasi eliminazione graduale dei combustibili fossili. La transizione energetica del gigante asiatico non sarà rapida e il conto salato dovrà pagarlo il resto del mondo. 

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