Lunedì, 8 Marzo 2021
L'opinione di Claudio Pizzigallo

L'opinione di Claudio Pizzigallo

A cura di Claudio Pizzigallo

No, Netflix non ha stravolto Lupin. E il politicamente corretto non c'entra nulla

Omar Sy

Partiamo da lontano. Dalla prima puntata di Dawson's Creek, mitica serie tv (all'epoca li chiamavamo telefilm) da poco entrata nel catalogo Netflix. Jen dice a Joey che sua nonna non la vede di buon occhio, e la giovane Potter prova a elencare i motivi di questa considerazione: come prima cosa cita il padre in galera per traffico di 5 tonnellate di marijuana e poi, come se fosse un'altra cosa di cui vergognarsi, il fatto che sua sorella Bess sta per avere un figlio da un uomo di colore.

Una scena del genere, rivista oggi, fa uno strano effetto. Non solo perché nel corso delle stagioni la nonna di Jen si rivela tutt'altro che una bigotta ultra-conservatrice e razzista, ma anche e soprattutto perché le coppie composte da persone di etnie diverse non stupiscono più, negli USA e sempre meno anche in Italia. Tanto che nel mondo contemporaneo, se un personaggio (o una persona vera) giudica negativamente una coppia “mista” è senza dubbio razzista, oltre che scollegato dalla realtà. Eppure, fino a una ventina di anni fa, una considerazione del genere non condannava inevitabilmente chi la faceva (o chi era sospettato di farla) a una posizione del tutto sbagliata. Cioè, in parte sì, ma non come e quanto oggi: come considerereste oggi un personaggio che pensa male di una coppia come quella composta da Bess e Bodie? E come lo consideravate all'epoca in cui uscì Dawson's Creek?

Arriviamo dunque alla questione che negli ultimi giorni ha sollevato molte polemiche, sui social e sui giornali: un articolo del Corriere della Sera intitolato “Omar Sy è un Lupin nero. La storia stravolta dal politicamente corretto”. Non soffermiamoci al titolo oggettivamente sbagliato – nella serie Netflix si parla di Assane Diop che si ispira a Lupin, non che è Lupin – e guardiamo a quello che scrive Renato Franco.

Al di là del fatto che l'articolo inizia con una frase equivoca come: “Un senegalese alto un metro e novanta. A leggere i libri di inizio Novecento di Maurice Leblanc si farebbe fatica a immaginarsi così Arsenio Lupin, ma nel 2021 [...] la scelta diventa tanto coerente quanto criticata da chi vede un’opportunistica volontà di compiacere il politicamente corretto piuttosto che un reale afflato di parità di diritti e uguaglianza universale”. E anche al di là del fatto che solo parecchie righe dopo si spiega che “Omar Sy non è Lupin, ma si ispira a lui e si muove nella società integrata e multiculturale di oggi”.

Renato Franco cita i nuovi criteri di inclusività per essere candidati agli Oscar, e poi un paio di casi di presunto “blackwashing”, “ovvero mettere sullo schermo personaggi neri che storicamente dovrebbero essere bianchi”: “Achille di colore (David Gyasi) nella miniserie Troy - La caduta di Troia e una valchiria nera (Tessa Thompson) in Thor: Ragnarok”. Poi l'affondo finale: “La summa del «famolo strano» l’ha raggiunta però Bridgerton, ambientata all’inizio del 1800 in Inghilterra, dove la regina britannica è afroamericana e la corte pullula di duchi e conti di colore”.

Facciamo pure finta che le origini africane della “regina Carlotta di Meclemburgo-Strelitz” (come la chiama per esteso Franco, forse a sottolinearne l'ascendenza pura europea) siano un'invenzione di Shonda Rhimes e non una teoria di diversi storici: è indubbio che la corte inglese dell'Ottocento non “pullulasse di duchi e conti di colore”. E allora?

E allora, chi se ne importa? Rhimes non ha scritto una serie per raccontare fedelmente vicende storiche, ma ha ambientato una storia d'amore nell'Inghilterra dell'Ottocento. Senza bisogno di scomodare distopie e ucronie (per esempio gli Stati Uniti occupati da Germania e Giappone di The man in the high castle), possiamo tranquillamente affermare che la narrativa, il racconto (ricordate il discorso finale di Tyrion Lannister in Game of Thrones, sull'importanza del raccontare storie?), in qualunque sua forma serve a chi ne fruisce – i lettori, gli spettatori – per capire un po' meglio sé stesso e il mondo in cui vive. Dalla catarsi aristotelica, in cui la tragedia è un'imitazione della realtà che purifica l'animo degli spettatori, fino ad arrivare al classico gioco che si fa da ragazzini in cui tra amici si finge di essere un personaggio di un film o una serie, quando ci appassioniamo a una storia finiamo inevitabilmente per immedesimarci, per proiettare su di noi le vicende narrate e per immaginarci come avremmo reagito in determinate situazioni.

Pertanto, nella società multirazziale attuale, è naturale che le storie ne riflettano appunto la diversità etnica e, talvolta, la promuovano esplicitamente, anzi facciano “politica” e spingano per una sempre maggiore accettazione di tutti.

Non si tratta di stravolgere la Storia, e nemmeno il politicamente corretto c'entra molto, in questi casi. Se proprio vogliamo essere cinici, possiamo ridurre la cosa a una questione di marketing: il mercato non è più composto, per fortuna, solo da bianchi che possono immedesimarsi in sovrani e supereroi (sì, il riferimento a Black Panther è voluto), mentre una persona di colore deve sempre e comunque accontentarsi di vedere attori di colore che nelle storie ambientate nel passato interpretano schiavi o personaggi secondari (avete presente la battuta di Scary Movie che fa riferimento al fatto che se in un film horror c'è un nero di sicuro sarà il primo a morire?).

Gli autori contemporanei hanno ben presente quanto sia importante che gli spettatori si immedesimino con i personaggi, e non solo raccontano storie in cui il colore della pelle non conta per la condizione sociale, ma probabilmente vogliono far sì che il processo di immedesimazione prescinda dall'etnia: in pratica, l'obiettivo è che un bianco empatizzi con un personaggio asiatico, che un asiatico si immedesimi in un personaggio di colore, che un “senegalese alto un metro e novanta” porti a identificarvisi anche un norvegese alto un metro e dieci.

Per un paio di millenni, la stragrande maggioranza dell'iconografia cristiana ci ha proposto un Gesù bianco, magari con gli occhi azzurri, evidentemente diverso dall'aspetto che doveva avere il Signore. Questo è avvenuto perché, al di là dello spirito evangelizzatore del Cristianesimo, è stata a lungo una religione i cui devoti erano quasi esclusivamente bianchi europei, che quindi più facilmente si sarebbero immedesimati in, e avrebbero seguito gli insegnamenti di, un figlio di Dio simile a loro (o “a propria immagine e somiglianza”).

Ma per fortuna il mondo è andato avanti, si è evoluto – come Joey consiglia di fare a Dawson – e oggi quasi nessuno si stupisce più di vedere persone di potere con una epidermide di un colore diverso dal bianco-rosa. Alla fine, quello che conta è il rispetto di tutti: se in un cartone animato c'è un personaggio indiano, è giusto che sia doppiato da qualcuno che non ne riduca la parlata a una macchietta, come quando facciamo l'imitazione di un accento che non ci è proprio. Ma se un autore vuole rappresentare una storia di finzione in cui nell'Ottocento c'è un duca inglese di colore, magari è perché vorrebbe una società in cui tutti riusciamo a essere più solidali, più empatici, o semplicemente più indifferenti rispetto al colore della pelle degli altri. Non sembra così grave, no?

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